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IESS, we can: la grinta di un liceo incontra la parola dell’esperto.

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La dedizione di un professore, un pizzico di brio degli studenti, gli strumenti giusti e l’aiuto esterno di un esperto fanno dell’incontro allo IESS la ricetta perfetta di una piacevole tappa del progetto “A scuola di data journalism”.

Il docente Stefano Preziosi, che già ci aveva parlato del suo interesse verso il data journalism e della sua campagna di “educazione alle fonti”, ha organizzato un incontro via Skype con Paolo Attivissimo, che si è tenuto il 17 aprile nelle aule del liceo Europeo IESS. Il noto giornalista, da tempo impegnato in varie attività di debunking, ovvero di smascheramento delle bufale che sempre più spesso “avvelenano il pozzo dove viviamo”, ha mostrato il suo sostegno verso il progetto di data journalism e ci ha aiutato ad analizzare più a fondo il lato oscuro delle notizie false  

All’incontro hanno partecipato anche rappresentanti del Comune di Reggio Emilia e di Arpae, ma i veri protagonisti sono stati gli studenti che, con la loro curiosità, hanno posto domande ed esposto il lavoro svolto finora.

Studente IESS: “Perché le fake news vengono diffuse?”

Paolo Attivissimo: “Oltre alla propaganda, che è sempre esistita, adesso c’è un’altra forma di fake news, quella fatta per profitto. Si crea un’industria partendo da un sito: si inizia a pubblicare una serie di notizie false, ma accattivanti e cliccabili; le persone, quando fanno click, vedono le pubblicità del sito; attraverso le visualizzazioni, ecco che l’industria guadagna dei soldi. È stato addirittura realizzato un motore di generazione di fake news: costa poco, si fa in fretta e si guadagna tanto. Basti pensare al gruppo di ragazzi macedoni che, con questo metodo, ha portato a casa 500 mila euro al mese durante i mesi della campagna presidenziale americana, in un Paese in cui lo stipendio medio mensile è di 500 euro… La tentazione di approfittare di questi meccanismi di internet per fare soldi è altissima.”

Studente IESS: “Negli scorsi mesi abbiamo visto come le fake news abbiano influenzato anche in maniera molto decisa le campagne elettorali all’estero. È presente questo rischio anche in Italia? Oppure è già successo?”

Paolo Attivissimo: “Premessa: non abbiamo ancora dei dati oggettivi e scientifici che dimostrano che le fake news abbiano influenzato l’opinione pubblica nelle campagne elettorali, abbiamo solo degli indizi. Detto ciò, questo genere di manipolazione si fa già: esistono organizzazioni commerciali e politiche anche in Italia che cercano di influenzare l’opinione pubblica tramite campagne di disinformazione o distorsione dell’informazione. Ci provano tutti a farlo, tranne chi non sa usare gli strumenti.”

Studente IESS: “Le è capitato di cambiare idea su una notizia divulgata?”

Paolo Attivissimo: “Sì, mi è capitato, ma è successo più spesso il contrario, cioè scoprire che una notizia che pensavo fosse falsa si rivelasse poi vera. Gli sbagli capitano, bisogna ammettere l’errore e provvedere nel minor tempo possibile. La trasparenza in questo è fondamentale.”

Studente IESS: “Pensa che l’avvento dei social media abbia contribuito alla diffusione delle fake news?”

Paolo Attivissimo: “Sì, perché oggi siamo tutti editori e costruttori di notizie e attraverso i social media le possiamo pubblicare e possiamo esser letti da milioni di persone. Questo è il potere mediatico che è stato messo in mano a ciascuno di noi, senza che si abbia necessariamente una preparazione adeguata. Non è però tanto il social network ad aver creato questo fenomeno, siamo noi i colpevoli, poiché vi partecipiamo e contribuiamo ad amplificarlo. Un fenomeno esemplificativo molto frequente, soprattutto su Facebook, viene chiamato “friend of a friend”: tendiamo a credere alle notizie solo perché le hanno condivise dei nostri amici e non andiamo ad effettuare controlli sulla loro veridicità perché ci fidiamo.”

Studente IESS: “Come si fa a riconoscere le notizie false?”

Paolo Attivissimo: “Io ho una piccola lista della spesa: ogni volta che leggo una notizia inizio sempre a pormi delle domande. Innanzitutto, vedo chi mi sta proponendo la notizia, perché bisogna sempre andare alla fonte delle informazioni che riceviamo. Successivamente, una regola di base è “Affermazioni straordinarie chiedono prove straordinarie”: se qualcuno dice che sono atterrati dei dischi volanti al Colosseo, non basterà che ci mostri una foto vista su Twitter, perché probabilmente quella foto è un lavoro di Photoshop; sarà necessario ottenere una conferma estremamente autorevole a riguardo, facendo controlli incrociati o andando a verificare le riprese di telecamere e via dicendo. Infine, un altro criterio importante dipende dal punto di vista: se una notizia si conforma al mio modo di vedere il mondo devo raddoppiare i controlli, proprio perché noi abbiamo questa tendenza automatica a credere in quello che si conforma alla nostra visione delle cose, a categorizzare la realtà seguendo preconcetti e pregiudizi: è una cosa del tutto normale, l’importante è rendersene conto e agire di conseguenza, l’obiettività giornalistica consiste proprio in questo.”

Torniamo in classe. Restando in tema di (pre)giudizi, il gruppo diretto dal prof. Preziosi sta verificando, a partire dagli open data, se l’opinione dei cittadini di Reggio Emilia sull’inquinamento coincida con i dati effettivamente registrati da Arpae.

Il lavoro dei ragazzi è stato svolto a partire dai dati relativi al pm10 delle stazioni di rilevamento del territorio, con lo scopo di individuare le zone più o meno inquinate di Reggio Emilia e provincia. Hanno poi fatto un paragone con alcune città vicine, constatando che, anche se Reggio Emilia ha un livello di pm10 molto alto, non è il più alto registrato in Emilia Romagna. Infatti, prendendo in esame le aree più industrializzate, è risultato tra i più alti il tasso di inquinamento della città di Sassuolo, a causa delle industrie di ceramica presenti sul territorio.

Questi dati sono poi stati confrontati con quelli di un questionario, a cui i ragazzi hanno ottenuto in totale una settantina di risposte. Ne sono derivati dei risultati contraddittori. Alla domanda “Cosa ne pensa dell’inquinamento?” ad esempio, il 95% degli intervistati ha risposto che l’inquinamento è sempre più alto e che la situazione è molto grave; al tempo stesso, tuttavia, quando si è chiesto loro di indicare quanto pensano di inquinare su una scala da 1 a 5, dove 1 sta a poco e 5 a molto, le persone hanno risposto principalmente 1 o 2.

Nasce quindi il problema di come comunicare questo tipo di risultati a coloro che non accettano l’evidenza dei dati, soprattutto se si parla di industrie che offrono lavoro ai cittadini. Un ostacolo in questo senso può essere quello dei costi: “Tutti vogliamo un mondo pulito, ma quanto ci costa?”, è la domanda di Paolo Attivissimo.

Dal punto di vista di un esperto Arpae intervenuto all’incontro, non basta semplicemente la volontà o il compito istituzionale nel trasmettere i dati: bisogna trovare delle strategie per rendere appetibili le notizie e riuscire ad insinuare un dubbio nella mente delle persone, in modo da spingerle ad informarsi.

Una tattica può essere quella di bilanciare il dato “negativo” registrato con proposte o spiragli di miglioramento. Oggi la tecnologia propone delle soluzioni che non per forza precludono l’utilizzo dell’auto o portano alla chiusura delle industrie. Questo progetto, facendo da ponte tra gli studenti e le pubbliche amministrazioni, potrebbe stimolare le ultime a trovare soluzioni alle denunce presentate dai cittadini affiancandole con suggerimenti e possibili miglioramenti.

Tre studenti del liceo IESS, Gaia, Mattia e Alessandro, raccontandoci del progetto della loro classe, a cui dedicano più di un’ora alla settimana – tanto forte è la passione per il tema -, ci hanno anticipato l’intenzione di inserire tutto il materiale raccolto in un documentario e di usare i risultati che andranno ad esporre per trovare una soluzione da proporre al Comune. Ottime notizie!

Gabriella Fauci

 

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